Astratti Furori
Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete. Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver frebbe di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. Non mi importava che la mia ragazza mi aspettasse; raggiungerla o no, o sfogliare un dizionario era per me lo stesso; e uscire a vedere gli amici, gli altri, o restare in casa era per me lo stesso. Ero quieto; ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, né mai saputo cosa significa esser felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffé, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto un’infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo entro di me per astratti furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo, e pioveva, non dicevo una parola agli amici, e l’acqua mi entrava nelle scarpe.
Elio Vittorini – Conversazioni in Sicilia
Categorie: Biblioteca Ideale


il 30 gennaio 2009 alle 16:09 dice:
“Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori……”
Che incipit meraviglioso!…e che personaggio grande che è stato Vittorini . “Conversazione in Sicilia” è uno dei pochi , fantastici libri , che hanno segnato un mutamento nella prosa del ‘ 900 italiano : una prosa quasi poetica , piena di richiami all’inconscio con quei leit motiv che vogliono incidere nella mente del lettore la condizione della Sicilia e dei siciliani, una terra che vive(va) ancora nel mondo del mito ma che, proprio lì, attinge il suo fascino come un ritorno ai nostri istinti più antichi e ancestrali.
Amo Vittorini perché amo anche Calvino; amo Vittorini perché ( e questo è un motivo solo personale) le sue spoglie riposano nel cimitero di Concorezzo che è stata la cittadina che mi ha dato molto a livello umano e che mi ha vista impegnata sul fronte del lavoro per la prima volta.
Bravo, Pablo , per aver mostrato nella vetrina del tuo blog questo brano : sarebbe bello se fossero in tanti a leggere ( o a rileggere ) Elio Vittorini.
Cari saluti.
il 1 febbraio 2009 alle 12:01 dice:
Credo che questo sia uno dei migliori Incipit del novecento, è stupendo…però mi permetto di fare una piccola notazione: Vittorini chiama il libro Conversazione in Sicilia ma ci tiene a precisae che è una storia che può essere ambientata ovunque…questo perchè dietro l’alibi della condizione siciliana in realtà lui vuole esprimere la condizione dell’uomo nel ventennio fascista, è un sistema e un alchimia di richiami che possa essere letta in due sensi: o si pensa al siciliano oppure all’italiano…
Mi auguro che di questi tempi in molti leggano Vittorini, nella nostra condizione mi sa che ci vuole per capire bene dove stiamo andando…
Il mio modo di commentare gli eventi e i fatti è proporre qualcosa di richiamo o letterario o artistico o musicale, sono contento che tu lo colga appieno
il 6 maggio 2010 alle 11:58 dice:
parlo ne scrivo italiano. Ho letto Conversazione in Sicilia trenti anni fa e ho trovato questo libro meraviglioso. Era all\’ università di Gand e ero studente di filiologia romana. Voglio rileggere questo libro. Amo questo stilo fatto da semplicità, repetizioni, un stilo mitico.
grazie
il 9 maggio 2010 alle 17:13 dice:
Ciaoo Sara!! Benvenuta nei Pensierinblu!! spero continuerai a leggerci! Conversazione in Sicilia è davvero un libro meraviglioso, uno dei miei adorati, spesso vengo preso da un astratto furore…