Tutto scorre come dentro un film
- Giulia, amore, oggi la banca mi protestato-
- Vicio che dici?-
- Dico che non ci sono più soldi, la Radio non può andare avanti-
Le sue parole scendevano nella camera con la pesantezza della pioggia, insieme alle sue parole scendevano anche le lacrime, si trovarono abbracciati al centro della stanza, tutto gli vortica intorno, ogni oggetto li guardava e girava in una spirale confusa. L’abbraccio lentamente finiva ed esautorava le loro essenze, erano corpi immobili al centro della stanza, la loro camera era per la prima volta da quando erano entrati in quella casa, muta, neppure una nota riempiva il suo spazio, non era mai successo.
- Ma ora come faremo?-
- Non lo so, amore non lo so, non mi fanno più credito, non lo so. L’unica cosa che possiamo fare è chiudere la radio-
Quando disse quelle parole, sentì che il mondo stava lentamente finendo, mentre lo diceva, si chiedeva cosa mai avrebbe potuto fare senza la loro radio, in tutti quegli anni non aveva mai creduto che la musica della sua vita potesse un giorno finire. Era uno di quei pensieri che riteneva impossibili, di quelli che quando arrivano alla mente li si scaccia via perché troppo brutti da poter essere veri. Era stato tradito proprio dalla sua voglia di sognare, di non pensare in modo razionale, gli venivano in mente tutti i segnali che nel tempo c’erano stati e che gli avrebbero dovuto consigliare di mollare la radio, di venderla e di lavorare per qualcuno, ma era sempre prevalso l’orgoglio per la propria creatura, l’ostinata voglia di credere nelle fiabe di infanzia.
C’era di nuovo silenzio, c’erano di nuovo sguardi che si parlavano, ma non era come nella loro lontana notte in nave, quella era una silente affinità di desiderio, questo invece era il rumore muto di un sogno infranto, erano un milione di parole che non riuscivano a uscire dalla bocca, un concentrato di rabbia, umiliazione e sfiducia. Fu un momento lunghissimo, un qualcosa che sarebbe rimasto in modo assoluto nella vita di entrambi.
- Vicio, mi sa che hai ragione, l’unica cosa che si può fare è chiudere la Radio, non puoi continuare a pagare tutti e a non incassare, ci sono troppi debiti, nessuno paga la pubblicità e senza non si può andare avanti-
- Si-
- Ma vedrai che per il futuro andrà meglio, sono ottimista e lo sono sempre stata, vedrai che in qualsiasi radio andrai a lavorare, ti accoglieranno a porte aperte-
- Io? Ma io lavoro solo per la mia radio!-
- Si amore, ma non si può andare avanti, lo hai capito anche tu-
- Senti nessuno mi è mai venuto a dire cosa dovevo dire e che musica passare, non capiterà mai che nessuno me lo dirà, io sono uno spirito libero che risponde solo al suo mondo-
- Sei troppo giù vedrai che domani penserai alle mie parole-
- No Giulia sei tu che devi pensare alle mie di parole: io faccio musica solo per la mia radio e basta.
- Si, va bene. Vuoi che ti prepari un tè, una cioccolata? Dai amore è stata una brutta giornata, vedrai che con un po’ di calore ti sentirai meglio-
Rimase seduto nella sua poltrona con una tazza di tè fumante in preda ai suoi astratti pensieri, gli veniva in mente la prima pagina di Conversazioni in Sicilia, sentiva quelle parole maledettamente vere e sue.
Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete.
Vittorini parlava del fascismo, del regime, della condizione di vita dell’uomo in quel tristissimo ventennio, scriveva di cose ben pù gravi, eppure sentiva di essere anche lui col capo chino, sentiva di non avere la forza di reagire, sentiva di non avere più storie da raccontare alla radio, di non avere la voglia di cercare la canzone giusta con cui farlo, avrebbe dovuto fare un grande addio, un qualcosa in grande stile per chiudere un emittente che aveva fatto sognare i giovani palermitani fiduciosi nell’esistenza di un mondo migliore, ma capiva che non sarebbe stato in grado di farlo, non avrebbe avuto voglia e parole per farlo, gli veniva in mente la tristezza dei funerali, il lugubre eloquio del parroco, pensava che un addio sarebbe stato solo un dolore in più, ma forse capiva di essere solo confuso e deluso.
Categorie: Pensieri in Blu

il 4 Aprile 2009 alle 17:44 dice:
molto bello, pieno di emozioni!! e pensare a quel pezzo di storia, come sara’ stato veramente difficile, per chi aveva degli ideali..e per non contrapporsi a quel regime doveve essere propria dura la vita..baci bravo
il 6 Aprile 2009 alle 14:30 dice:
…grazie Carmen…
…quel pezzo di storia ha insegnato all’uomo a inghiottire, a inghiottire sogni, ideali, sentimenti, passioni