Te lo Giuro – di Maria Cubito
Gli avevano giurato che sarebbe tornata a riprenderselo.
Lui ai giuramenti ci credeva assai. Perché ogni volta che gli era capitato che qualcuno giurasse poi puntualmente il fatto era successo. Come quella volta che aveva sentito sua madre gridare dietro la tendina te lo giuro, sopra a Saro, se mi tocchi di nuovo non mi trovi più. E infatti, vero era stato, il giorno dopo, l’aveva preso e se ne erano partiti di corsa. Era mattina presto, faceva ancora buio e l’aria fresca dell’alba gli pungeva le guance. Forse voleva piovere pensò.
Non si era lavato, né aveva potuto pettinarsi i capelli per la premura, che se non se li sistemava la mattina con un poco d’acqua gli restavano dritti sulla testa. ‘U chicchiriddu è, perché sei tosto, gli diceva lei. Però senza rimprovero nella voce, anzi lo abbracciava e rideva. Le voleva bene Saro a questa madre un poco distratta e strafalaria, come la chiamava sua nonna. Lo faceva ridere quella parola, però non gli piaceva il tono di voce roco di sua nonna. Non gli piaceva proprio lei. Sapeva di pomodoro acido.
Sua madre invece era bionda e quando si sistemava bene era una bellezza. Le gambe lunghe spuntavano da gonne sempre troppo corte. E le unghie erano sempre troppo rosse. Ma a lui piaceva così. E poi aveva un profumo che a lui pareva di cose da mangiare, un profumo come di cacao e burro. Profumo di cose zuccherate.
Forse era pure un po’ geloso, quando i maschi la guardavano. Ma non lo sapeva. Uno di quinta, una volta, gli disse che lo sapevano tutti che sua madre era una pulla e che andava con tutti. Lui non aveva detto niente, non lo capiva bene che significava e aveva pensato che lo diceva perché sua madre invece non era bionda e non aveva le gambe lunghe come la sua. Erano andati con un amico, uno che ogni tanto passava di sera e magari restava a dormire di là, dietro la tendina a fiori, perché viaggiava col camion e si doveva riposare un poco, prima di un altro viaggio diceva sua madre. Lui dal lettino li sentiva ridere e bisbigliare e pensava, mentre scivolava nel sonno, che avrebbe voluto sapere che cosa si dicevano per ridere in quella maniera e che avrebbe voluto divertirsi pure lui e ridere come quando, a scuola, gli avevano fatto lo scherzo a Paolino di nascondergli lo zaino fuori dalla finestra e lui non lo trovava più e si disperava e loro tutti a ridere come i pazzi e a tenersi la pancia. Però non glielo chiedeva perché ridevano. Capiva che doveva essere una cosa da grandi. Era gentile quell’amico di sua madre, gli portava qualche macchinina ogni tanto e a sua madre addirittura un cellulare gli regalò una volta. Bello, lucido, nero. Con la suoneria che era una canzone di discoteca che piaceva a sua madre e la cantava sempre quando era allegra e gli cucinava la pasta.
Pure quella mattina partirono col camion. Lui lo sistemarono in mezzo e manco dopo cinque minuti con la testa sulle gambe lunghe di sua madre si addormentò, ipnotizzato dalla pioggia che picchiava sui finestrini e dalla linea bianca della mezzeria che correva velocissima e si spezzava in tanti puntini minuscoli, fino a che non divenne un’unica striscia bianca e lui sognava un gessetto che tirava una linea su una lavagna grandissima che non finiva più.
Avrebbe dovuto cambiare scuola di nuovo. Avevano una nuova casa, però, anche se non nuova proprio come quella del suo compagno, che aveva le pareti azzure e le barchette disegnate. Però in questa lui poteva avere la sua stanza con la porta che si chiudeva e non con la tendina come in quell’altra. C’era un lettino e una mensola pure. Ci posò sopra due macchinine e basta perché altri giocattoli non se ne era potuto portare, per la premura.
Ebbe un poco di paura la prima notte a dormire solo: sentiva i battiti del cuore nelle orecchie e pure nella pancia, ma durò poco perché sapeva che sua madre sarebbe tornata e lui avrebbe sentito la porta aprirsi e magari avrebbe visto lei che sbirciava per vedere se dormiva e, senza farsi accorgere, gli avrebbe dato un bacio leggero. Che sapeva di cacao e di burro. Lo sapeva perché glielo aveva giurato. Te lo giuro torno presto, tu dormi.
E lui ai giuramenti ci credeva assai.
Invece si svegliò seduto in mezzo al letto tutto sudato e con la bocca secca. Aveva sete. Nel sogno c’era un tappo di bottiglia gigante che lo catturava, in una strada sempre più stretta mentre lui correva correva ma aveva le gambe pesantissime, poi era caduto a terra e il tappo si era posato sopra di lui e dentro era tutto nero e manco riusciva a respirare. Aprì piano la porta, cercò dell’acqua che non c’era e aspettò quella sua madre strafalaria fino all’indomani. Si annoiava un poco, allora cominciò a fare le sue scommesse solitarie. Ora conto fino a 10, si apre la porta e lei entra tutta contenta e mi porta pure i mottini. Contava: uno, due, tre, quattro…dieci. Ma non succedeva niente. Allora contava fino a venti. Ancora niente. Ci voleva un’altra scommessa. Chiudo gli occhi e conto fino a trenta, stavolta. Poi li apro e lei è là. che ride. Uno, due, tre, quattro…non arrivò nemmeno fino a dieci, stavolta. La porta si aprì. Ma non era lei. Era una signora un po’ grassa, con le gambe corte. E con un profumo che non gli piaceva. Come di incenso e di cera. Un profumo salato. C’erano altri due con lei. Avevano dei fogli in mano. Provarono a spiegargli che ora sarebbe andato in un posto grande, con altri bambini, che avrebbe potuto giocare e andare a scuola ogni giorno. Ma Saro non si voleva muovere e provò pure a chiudersi in bagno e ad aprire tutti i rubinetti per non sentire le voci.
Ci volle un pezzo. Uscì solo perché si fece giurare che sua madre sarebbe andato a riprenderselo. Me lo devi giurare, disse alla donna con le gambe corte. Me lo devi giurare sopra a tuo figlio. Quella glielo giurò. Allora lui ricominciò a fare scommesse per tutto il viaggio in macchina. Se conto fino a cento forse torna entro stasera. Uno, due, tre, quattro…
L”autrice del racconto è Maria Cubito, nata in provincia di Catania, città nella quale ha vissuto, per la cronaca, solo per i primi 3 mesi della sua esistenza, poi dopo varie peregrinazioni per l’Italia si è stabilita a Palermo nel ’76…pertanto è più palermitana di quel che sembra! Laureata in lettere classiche insegna da 10 anni, conciliando il lavoro “ufficiale” con l’”hobby” della radio. Conduce infatti su Radio Time (ormai non si ricorda più nemmeno lei da quanti anni…) Tutti pazzi per Mary dalle 3:00 alle 5:00 del pomeriggio.
Sue grandi passioni: la pizza, i libri, il vino rosso, il mare e l’Inghilterra!
Categorie: Piccoli Scrittori Crescono

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