Amarcord
Io sono di quelli che le favole le ascoltavano dentro un mangiadischi colorato di arancione, sognavano col Gatto con gli stivali e la Bella addormentata nel bosco. I miei cartoni animati non avevano ancora la sigla cantata da Cristina D’Avena, erano canzoni memorabili capaci di segnare un epoca. Lupin amava una donna bellissima, Margot, la sigla scorreva tra mare e violino, catapultando in un atmosfera di tetti parigini.
Sono di quelli che quando pensano al telefono pensano alla Sip, ai telefoni a ghiera, ai gettoni e alle cabine telefoniche gialle, in cui sono stati a ripararsi da un temporale improvviso. Poi arrivarano i primi cellullari a forma di citofono. Il mondo perse dei luoghi fisici e metafisici.
La serie A giocava tutta insieme la domenica pomeriggio e nessuno usciva di casa se non finiva Novantesimo Minuto. Poi arrivò Telepiù e i suoi posticipi, si andava in pizzeria a vedere tutti insieme la partita. Sembrava di tornare agli anni ‘50, in cui la televisione era una questione di condivisione condominiale. Si mangiava beveva in un clima scanzonato, tra sfottò e risate scorrevano gol ed emozioni.
I ricordi erano tutti in bianco e nero, come il super8 e le fotografie dei nostri genitori. Per la carta di identità ci mettevamo a fare le foto nella macchinetta automatica, ma non solo, facevamo foto similsegnaletiche, nel buio della tendina spesso ci sorprendeva un bacio insperato.
Sono uno di quelli che a ricreazione a scuola, mangiava la brioche del panificio e un cioccolato Kinder. Per merenda pane e nutella. Quando fu l’avvento del tegolino, iniziò un nuovo mondo, il mondo delle merendine confezionate. Un mondo pieno di gommine colorate e profumate, che collezionavamo con la stessa avidità delle figurine Calciatori Panini.
I miei videogame avevano sagome larghe e sfuocate. Il mio pc era il Commodore 64, la tastiera serviva per scrivere LOAD e si aspettava per minuti infiniti per poter giocare, nel frattempo mille strisce colorate per ingannare l’attesa.
La domenica montavo la pista della Polistil e non finivo mai di giocare con i miei piccoli bolidi. Ogni volta creavo un circuito nuovo, mi ricordo che avevo il ponte di metallo, i box per il rifornimento e tanta voglia di diventare bravo come Nigel Mansell.
Noi eravamo quelli delle musicassette. Quelli che camminavamo con il walkman da un kilo e ci sentivamo liberi per le strade. Quelli che come regalo d’amore facevano una compilation di pezzi romantici e scrivevamo con il pennarello una custodia piena di cuoricini.
Amavamo i colori. Giocavamo con gli Uniposca, gli evidenziatori, il Das e siamo cresciuti da bambini manipolando il pongo. Passavamo ore a disegnare i nostri album e amavamo i colori a tempera e ad olio della Giotto.
Siamo stati Paninari, vestivamo tutti uguali, con cinturoni da cowboy e polacchine nocciola. Eravamo uniformati nei colori e nei gusti. Eravamo molto tristi.
Amavamo il campeggio, giravamo l’Europa in tenda. Per la maturità era d’obbligo il lungo viaggio interrail alla scoperta dei posti immagginati. Amavamo i panini imbottiti coi i formaggi e i salumi delle buste del supermercato e ci portavamo i fagioli in scatola, che orgogliosamente chiamavamo provviste.
Eravamo quelli della chitarra e delle poesie attorno il falò. A Ferragosto era d’obbligo fare l’alba in spiaggia, con il bagno, l’anguria salmastra e qualche timida vodka.
Le nostre ragazze camminavano sul Si o sul CIAO, noi per conquistarle camminavamo su miniature di potenti motociclette. Chi non veniva rimandato aveva diritto a sognare con l’Rx, la Pegaso, la Futura, l’NSR, l’Husquarna. Si perchè ai nostri tempi c’erano le rimandature e qualcuno studiava in spiaggia. Il nostro incubo si chiamava greco o latino.
Noi con la nostra memoria che non perdiamo mai e che vogliamo sperare di tenere vivi i nostri ricordi.
Categorie: Pensieri in Blu

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