All Blacks

Per una settimana intera tutti i media ci hanno ricordato che ieri ci sarebbe stata la grande sfida, Italia vs Nuova Zelanda. Azzurri contro All Blacks. Speranza contro Mito leggendario. Tutte le fonti di informazione e gli opinion leader, vogliono che il popolo italiano inizi ad amare il rugby. La risposta è davvero stupefacente, San Siro tutto esaurito, 82.000 pazzi per vedere un grande test match.

Nel mio cuore ci sono solo due squadre, una ha una maglia rosanero, l’altra ce l’ha tutta nera, all black per l’appunto. Amo il rugby da oltre 20 anni, quindi non posso che amare la Nuova Zelanda. Molti italiani pensano che i neozelandesi siano dei pittoreschi mattatori che fanno una strana danza di guerra, l’haka (http://it.wikipedia.org/wiki/Haka).

Tutte le volte che ripetono l’haka, mi sono sempre chiesto cosa pensino realmente gli avversari. Molti dicono di rimanere indifferenti e pensano alla partita che sta per iniziare. Io sarei solo terrorizzato. Non sarò mai un buon giocatore di rugby, ma non credo che si possa rimanere indifferenti di fronte a tanta dimostrazione di forza e cattiveria agonistica.

E’ chiaro quindi che uno dei fattori che avvicina a loro sia proprio l’haka, ma sarebbe davvero riduttivo pensare solo a quello per poter parlare di All Blacks. La loro storia è antichissima, inziano già nell’ottocento a giocare a rugby, di pari passo con il mondo occidentale. I loro avversari naturali per vicinanza sono gli australiani, per colonialismo gli inglesi, gallesi e scozzesi, ma i veri nemici sono i sudafricani.

Sin dai primi incontri viene usata una maglia nera con una felce argentata, icona del paese d’origine. Oggi per molti la maglia nera rappresenta un icona della Nuova Zelanda stessa.

http://www.allblacks.com/

Gli All Blacks sono sicuramente mitici per l’immenso numero di vittorie contro le maggiore squadre rugbistiche dell’emisfero australe e di quello boreale, ci sono state strisce di vittorie ‘infinite’, anche 19 gare consecutive. Ma il mito è qualcosa di diverso dall’essere vincente, il mito è un aggettivo che tende al supremo, la vittoria in fondo è un concetto abbastanza semplice. E’ la forte cultura civile di cui si fanno portatori gli All Blacks che li rende mitici. Per anni hanno osteggiato gli Springboks (la squadra sudafricana) in quanto espressione pura dell’apartheid, rifiutandosi di incontrarla e multando i giocatori che riuniti sotto altre vesti si erano permessi di farlo. Un messaggio chiaro e mirato contro un determinato disvalore civile che non può appartenere a chi è completamente nero. Il miracolo degli All Blacks è rappresentare fonte di unione tra la cultura maori propria dell’isola ante colonizzazione e l’uomo bianco colonizzatore, si gioca insieme sotto un unica maglia, senza differenza di colore, razza e cultura.

 Con l’avvento di Nelson Mandela si potè celebrare l’avvicinamento tra le due supersquadre del rugby, e naturalmente alla prima tournè in terra sudafricana i neozelandesi fecero terra di conquista, dimostrando la superiorità sportiva e aggiungo io, morale.

Il mondo intero tributò il primato morale ed agonistico al rugby degli antipodi scegliendo proprio la Nuova Zelanda nel 1987 per giocare il primo campionato del mondo, che fu stradominato dai miei beniamini. Una superiorità schiacciante senza precedenti. Un primato meritato. Li portò sul tetto del mondo.

http://it.wikipedia.org/wiki/Nazionale_di_rugby_XV_della_Nuova_Zelanda

Appartengo a quelli che hanno avuto la fortuna di vedere giocare Jonah Lomu, un pilone naturale che giocava da ala sinistra. Le sue dimensione e il suo peso erano quelli giusti per far parte del pacchetto di mischia, ma la sua impressionante velocità e senso tattico lo hanno fatto diventare una ala strepitosa. C’è chi racconta di essere trascinato in area di meta dalle sue possenti gambe, chi ricorda di averlo placato ma non fermato, Lomu incarna il concetto endemico di meta.

Jonah è un vero lottatore, nel momento migliore della sua carriera ha iniziato una nuova sfida, la lotta contro la nefrite, che lo ha visto ancora una volta vincitore, con la voglia di viaggiare ancora sull’erba alta della sinistra del campo.

In modo clamoroso decide di tornare sul campo, di lottare ancora per portare una maledetta palla ovale in una santa area di meta. Credo che per raccontare un giocatore le immagini valgano più delle parole:

Insomma l’Italia ieri era una vera vittima sacrificale, infatti, l’obbiettivo era perdere con un distacco dignitoso, onestamente non è stata un gran partita, l’Italia ha sbagliato parecchio nei momenti decisivi e gli All Blacks l’hanno usata per far debbuttare dei giovani. In più l’arbitro ha inchiodato gli ultimi 10 minuti di partita sui cinque metri del campo neozelandese, non concedendo una meta tecnica(sacrosanta) all’Italia che avrebbe fatto vivere un finale di partita vibrante. Con una sicura reazione di orgoglio ferito neozelandese e una voglia matta di pareggio italiano.

Mentre guardavo la partita pensavo proprio che mancasse Diego, Diego Dominguez, argentino come l’altro famosissimo omonimo e con piedi talentuosi come proprio Diego Armando. Credo che uno dei pochi meriti che si possa riconoscere a Silvio Berlusconi è quello di aver portato in Italia questo fenomenale argentino e di averlo fatto naturalizzare italiano. Con lui sarebbe stata davvero un altra partita. Giocatore ordinato, che dava ordine, capace di realizzare sempre e da qualunque parte del campo punti preziosissimi, con tiri plastici e armoniosi. Un vero cecchino dei pali.

Il bello del rugby è che non esistono i se e i ma, guardi a fine partita il risultato e poi stringi la mano ad arbitri e avversari, per ritrovarti la stessa sera a bere insieme, pensando al prossimo avversario e alla prossima impresa. Si impresa perchè finire una partita è comunque una vera impresa.

La prossima volta che incontreremo gli All Blacks, sarà in barca a vela per vincere la mitica Coppa America, anche quella un’altra leggenda e un altro mito, forse avremo più possibilità di vincere, ma quando l’avversario è tutto nero, tutto è sempre difficile.

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